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Albero Gianquinto
Il disinganno e lo stupore dell'irripetibile miracolo della realtà che il Novecento si porta dentro come un tormento carnale trovano una possibile conciliazione nei colori liquidi, dissolventi, contrappuntati di Alberto Gianquinto. Dopo Le foglie nel '97 e La magnolia e la luna nel 2003, emblemi di due edizioni di Traiettorie, una nuova evocazione della pittura di Gianquinto all'interno della rassegna è un'evidente dichiarazione di riconoscenza verso la modernità progressiva e la ricchezza di presenze storiche che in questo pittore veneziano si realizzano in una visione della realtà che è morandiana e tintorettiana, affonda le mani nelle carni di Bacon e nelle atmosfere umide di Whistler o di Delacroix, addenta l'anima delle cose senza perdere un palpito del loro dramma o della loro incantevole unicità.

La pittura solitaria di Gianquinto
di Giuseppe Martini

Ci sono tele di Gianquinto dove le cose che vede, e che prova a trattenere perché potrebbero forse, chissà, sparire d'un tratto, si compenetrano l'una nelle altre, fino a farsi un lago di colore equoreo nel quale però un tratto violento di nero, o pennellate nette come ombre caravaggesche sembra volerci tenere a mente che non siamo di fronte a un visionario ma ad un arguto commentatore delle proprie intuizioni visive. Oppure ci sono colori che svaniscono, profili di oggetti o figure che si fanno flatus vocis, o scrosci di colore biancastro fra riquadri sbilenchi oscuri - catastrofi interiori ne ha passate, Gianquinto, e sempre ha saputo trovare una linguaggio per raccontarle. È, chiaramente, l'eterno conflitto fra passione sociale e ripiegamente intimo: non a caso il culmine di un'attività espositiva cominciata nel '57 furono la XXXI e la XXXVIII Biennale veneziana e soprattutto la rassegna «Arte Contro» di Arezzo nel 1970.
Qui la pittura solitaria di Gianquinto apparve davvero per quel che è, la coscienza che l'arte non si potrà mai confondere con la vita, e che dipingere significa confrontarsi quotidianamente e umilmente con la realtà, accettare serenamente che l'inconscio è quasi inesplorabile, che all'arte è dato intuire una bellezza e una misteriosa armonia, o anche la disarmonia, che è segretamente nelle cose. E dirla con sincerità, con ironica consapevolezza delle spine che ci si porta dentro, certo, e solo con il semplice e profondo linguaggio della pittura permeato di una memoria secolare, dai «suoi» pittori veneti del Cinquecento fino quaggiù, all'alto monito di Giorgio Morandi, che gli permette di essere profondamente contemporaneo, come colui cioè che appartiene alle cose immutabili del passato.

Nota biografica

Alberto Gianquinto nasce a Venezia nel 1929.
La duplice matrice culturale di Gianquinto, veneta per studi e consuetudine di vita, siciliana per brevi periodi di soggiorno e memorie, lo rende sensibile ad un intenso alternarsi e sovrapporsi di temi e voci.
Il lungo e segreto tirocinio di pittore figurativo, attento alla tradizione luministica di Tintoretto e dei veneti, come al realismo di Delacroix e Van Gogh e al cubismo di Picasso, lo rende padrone di una tecnica raffinata di scomposizione e visualizzazione memoriale della realtà, che si manifesta in ardite immagini prospettiche in cui trasferisce dati storici e cariche emozionali.
All'opera pittorica accompagna realizzazioni di grafica di simbologia e virtuosità quasi barocca. La sua prima personale risale al 1957 alla Galleria Il Cavallino di Venezia, dove ha esposto di nuovo nel 1959; nel 1958 vince il premio S. Fedele. A Roma diverse personali si sono svolte alla "Nuova Pesa" nel 1960, 1961 e 1969, mentre a Milano ha esposto da Bergamini nel 1968 e 1976. Recentemente è stato a Roma alla Galleria Zanini e a Milano alla Galleria Seno. Ha partecipato alla XXXI e XXXVIII Biennale di Venezia, alla rassegna "Arte Contro" di Arezzo nel 1970 e a "Momenti del realismo" a Jesolo nel 1971. Si è spento il 17 maggio 2003.