XVIII Rassegna di musica moderna e contemporanea
Mario Caroli, flauto
Roberta Gottardi, clarinetto
Ciro Longobardi , pianoforte

Karlheinz Stockhausen (1928-2007)
Klavierstück IX (1954/61)
per pianoforte, 12'

Doina Rotaru (1951)
Japanese Garden (2006)
per flauto basso, ottavino e nastro, 11' - Prima esecuzione italiana

Gérard Grisey (1946-1998)
Charme (1969)
per clarinetto, 6'

Ivan Fedele (1953)
Imaginary Islands (1992)
per flauto, clarinetto basso e pianoforte, 12'

Mario Garuti (1957)
Quando Diodoro declinò lo sguardo rivelando l'eccentrico oblio (1991)
per flauto in sol, clarinetto basso e pianoforte, 9'

Franco Donatoni (1927-2000)
Imaginary Islands (1992)
per flauto, clarinetto basso e pianoforte, 10'
16/09 Trio Contemporaneo

BIOGRAFIA


Mario Caroli
La critica di tutto il mondo ha confermato a più riprese come Mario Caroli sia uno dei più importanti solisti della sua generazione. A 22 anni vince il celebre premio internazionale Kranichstein a Darmstadt, si laurea in Filosofia e comincia una rapidissima carriera da solista, presente anche con recital assieme alle maggiori orchestre di tutta Europa, Stati Uniti e Giappone, nelle più importanti sale da concerto del mondo fra le quali la Philharmonie di Berlino, la Suntory Hall di Tokyo, il Lincoln Centre di New York, il Concertgebouw di Amsterdam, la Royal Festival Hall di Londra, il Konzerthaus di Vienna e il Théâtre du Châtelet di Parigi. La sua discografia, più di venti titoli ad oggi, è stata insignita di importanti riconoscimenti critici internazionali. È presente regolarmente nelle emissioni radiofoniche di tutto il mondo. Mario Caroli ha tenuto masterclass ed è stato artista in residenza all'Università di Harvard, al Toho College di Tokyo, alla Sibelius Academy di Helsinki, al Centre Acanthes di Parigi, nonché nei Conservatori superiori di Parigi, Ginevra, Lipsia, Lugano. Dal 2002 insegna flauto nei cicli superiori di flauto del Conservatorio di Strasburgo, dove vive.

Roberta Gottardi
Nata a Trento, Roberta Gottardi ha studiato clarinetto al Conservatorio della sua città con Giulio Cappello e in seguito con Antony Pay, di cui è poi stata assistente ai corsi del Campus di Musica di Sermoneta. È docente al Conservatorio di Bolzano. Si dedica da sempre al repertorio classico e contemporaneo, sia come solista che in ensemble, collaborando fra gli altri con l'Ottetto Classico Italiano, il Quartetto Prometeo, il Quartetto di Torino, l'Ensemble Algoritmo. Si interessa anche alla prassi esecutiva con strumenti storici, collaborando con il Serenatantica Ensemble e in Francia con "La Grande Ecurie et la Chambre du Roy". È presente in festival italiani ed esteri quali Maggio Musicale Fiorentino, Festival Pontino, Münchener Biennale, South Bank Centre di Londra, Bologna Festival, Biennale di Venezia, Autunno Musicale di Como, Festival di Nuova Consonanza, Gaudeamus Muziekweek di Amsterdam, Autunno di Varsavia, Laeiszhalle di Amburgo. Nel suo vasto repertorio si segnala lo spettacolo di teatro musicale Harlekin di Karlheinz Stockhausen, per un unico clarinettista-danzatore-mimo. Ha ricevuto il premio Cesare Barison per la musica da camera e il primo premio del concorso promosso dalla Fondazione Stockhausen. Ha collaborato con numerosi compositori, quali Stockhausen, Fedele, Cifariello Ciardi. Ha inciso per Edipan, Symposion, Philarmonia, Stradivarius, Altrisuoni, Stockhausen Verlag, oltre che per diverse trasmissioni di Radio Rai 3.

Ciro Longobardi
Ciro Longobardi compie gli studi pianistici con Carlo Alessandro Lapegna, perfezionandosi in seguito con Alexander Lonquich per il pianoforte e con Franco Gulli, Maurice Bourgue e Franco Rossi per la musica da camera. Tra il 1994 ed il 1996 segue le masterclass tenute da Bernhard Wambach a Darmstadt e a Parma. Finalista e miglior pianista presso l'International Gaudeamus Interpreters Competition 1994 di Rotterdam, Kranichsteiner Musikpreis nell'ambito del 37° Ferienkurse für Neue Musik di Darmstadt nello stesso anno, ha suonato nei festival Traiettorie di Parma, Festival Milano Musica, Festival Internazionale di Ravello, Ravenna Festival, Rai Nuova Musica Torino, Giovine Orchestra Genovese, Festival Pontino, Nuova Consonanza ed Istituzione Universitaria dei Concerti di Roma, Saarländischer Rundfunk Saarbrücken, Ferienkurse Darmstadt, Festival Synthèse Bourges, Festival Manca di Nizza, Fondazione Gaudeamus Amsterdam Muziekgebouw, Peter B. Lewis Theatre di New York e Festival di Salisburgo, in qualità di solista, di camerista e di membro di Dissonanzen e di Algoritmo. Ha inciso per Mode, Tactus, Niccolò, Graffiti Records. Per Limen Classic & contemporary ha pubblicato il primo volume delle opere pianistiche complete di Charles Ives.

 

TESTO CRITICO


Eterogeneità è la parola che sta al denominatore in questi sei pezzi che si spartiscono in due schieramenti, da una parte lo Stockhausen del Klavierstück IX a cui fanno capo alcune istanze fondanti della Nuova Musica e dall'altro esiti differenti dell'approccio al suono, anche a dispetto di alcune distanze cronologiche. Dei ventun Klavierstücke per pianoforte pensati da Stockhausen dal 1952 per offrire nuovi orizzonti d'ascolto (non senza risvolti simbolici, immedesimazione fisica, straniamento psichico), il nono è uno studio su sonorità che cambiano in rapporto alla velocità. Il pianista percuote uno stesso accordo rapidamente, a 160 colpi al minuto, e da brillante diviene sempre più delicato in rapporto alla variazione di pedale. La struttura è razionale: 33 sezioni divise in due gruppi di 24 e 8 rispettivamente, quindi in rapporto di sezione aurea, lo stesso del tempi di metronomo (160 e 60). Dopo gli accordi una breve linea melodica apre a uno squarcio polifonico, poi accordi staccati in risonanza, suoni isolati e squillanti, figure soffuse e in remolo. Contrapposizioni di momenti periodici, ripetitivi, ad altri del tutto privi di periodicità. Il disegno è chiaro: creare una grande forma basata sulla percezione di variazioni minime in grado di trasportare in una nuova dimensione sonora. Con Doina Rotaru entriamo invece nel campo di una musica spirituale ed equorea che non disdegna di attingere a timbri orientaleggianti e ai sussulti dei canti di lamentazione rumeni (canti dal nomen-omen: "doina"), che nella famiglia dei flauti trovano il loro mezzo ideale, spesso indagandone i registri più scuri. Come accade a molti compositori dell'Est europeo degli ultimi decenni, il problema non è cercare quindi una nuova grammatica o una stimolazione percettiva, ma esplorare nuovi territori sonori, respirare nuove sensazioni. In questo deliziosissimo Japanese Garden l'ineffabile atmosfera creata dal flauto e dalle sonorità di fondo registrate mostra tutta l'attrazione per i colori asiatici e per un certo arcaismo (la Rotaru è laureata con una tesi sulle soluzioni dell'arcaismo per la musica contemporanea) che risvegliano nostalgie, meditazioni, ricordi ancestrali. Non era in fondo rumeno anche Brancusi?
Ai paesaggi della Rotaru si avvicinano quelli di Fedele: Imaginary Islands è un pezzo di ardua difficoltà tecnica che sperimenta la relazione complessa fra micro e macro struttura, come un microscopio che zooma al contrario dai cristalli del fiocco di neve al fiocco di neve intero. Nuovo salto triplo ed ecco il Grisey di Charme, un mondo completamente diverso. Il teorico del suono come struttura vivente, notomizzato nella sua fisiologia timbrica, si presenta in questo pezzo più feroce che mai, con tutta la schiuma della gioventù "in cerca di metamorfosi": il riferimento implicito alla Sequenza IX di Berio si dissolve in un'apertura formale fitta di risonanze di armonici che deformano la percezione del tempo, un cerchio sacro al quale solo gli iniziati possono accedere. Per provare ad avvicinarsi occorre penetrare nel suono, seguirlo in tutta la sua evoluzione, e soprattutto cogliere le trasformazioni dei suoni che si ripetono lenti.
Forse avrete fatto anche voi qualche volta il gioco della donnina che gira. Su Internet si trova. Se la vedete girare in senso orario vuol dire che usate di più il lato destro del cervello, viceversa il sinistro. Càpita però che cambiando fuoco la vediate girare in senso diverso da come la vedevate prima. Illusione? Ecco come funziona il pezzo di Garuti: si possono organizzare esteticamente i suoni ma la percezione simbolica aiuta a distinguere l'elemento nel flusso e a prendere contatto con le forme ancestrali. Nella prima parte del pezzo la velocità annulla la percezione delle altezze, a differenza della chiarezza della seconda, un canone sospeso e spezzato: laddove cioè entra in gioco l'emozione (lato sinistro del cervello), la possibilità conoscitiva è diversa rispetto alla chiarezza estetica (lato destro). Il titolo si riferisce al filosofo Diodoro Crono che negava la distinzione fra potenza e atto e alle variabili del clinamen epicureo (lo sguardo declinato) che creano l'accadimento. Ma prevedendo ciò che accadrà lo si conoscerà davvero meglio?
Infine, Donatoni. Het, che in olandese corrisponde al pronome di terza persona singolare neutro, è un altro pezzo di grande difficoltà tecnica e un altro segnale del leopardismo del compositore veronese, inteso come pessimismo cosmico nel quale l'unica ginestra è di creare capacità di ascolto che colgano le profonde ragioni della composizione. Inutile inseguire i suoni, pensa Donatoni, tanto loro avranno sempre la meglio sul compositore. In questo pezzo una melodia netta si inserisce nel tessuto strumentale creando giochi di accenti che alimentano la competizione fra strumenti che pure mantengono sempre le proprie caratteristiche individuali. Siamo all'opposto di Grisey: la musica deve prevalere sui singoli suoni, ma il musicista ha un posto nella società di oggi?

Giuseppe Martini

Casa della Musica, inizio concerto ore 20