BIOGRAFIA
Mario Caroli
La critica di tutto il mondo ha confermato a più riprese come
Mario Caroli sia uno dei più importanti solisti della sua generazione.
A 22 anni vince il celebre premio internazionale Kranichstein a Darmstadt,
si laurea in Filosofia e comincia una rapidissima carriera da solista,
presente anche con recital assieme alle maggiori orchestre di tutta
Europa, Stati Uniti e Giappone, nelle più importanti sale da
concerto del mondo fra le quali la Philharmonie di Berlino, la Suntory
Hall di Tokyo, il Lincoln Centre di New York, il Concertgebouw di
Amsterdam, la Royal Festival Hall di Londra, il Konzerthaus di Vienna
e il Théâtre du Châtelet di Parigi. La sua discografia,
più di venti titoli ad oggi, è stata insignita di importanti
riconoscimenti critici internazionali. È presente regolarmente
nelle emissioni radiofoniche di tutto il mondo. Mario Caroli ha tenuto
masterclass ed è stato artista in residenza all'Università
di Harvard, al Toho College di Tokyo, alla Sibelius Academy di Helsinki,
al Centre Acanthes di Parigi, nonché nei Conservatori superiori
di Parigi, Ginevra, Lipsia, Lugano. Dal 2002 insegna flauto nei cicli
superiori di flauto del Conservatorio di Strasburgo, dove vive.
Roberta Gottardi
Nata a Trento, Roberta Gottardi ha studiato clarinetto al Conservatorio
della sua città con Giulio Cappello e in seguito con Antony
Pay, di cui è poi stata assistente ai corsi del Campus di Musica
di Sermoneta. È docente al Conservatorio di Bolzano. Si dedica
da sempre al repertorio classico e contemporaneo, sia come solista
che in ensemble, collaborando fra gli altri con l'Ottetto Classico
Italiano, il Quartetto Prometeo, il Quartetto di Torino, l'Ensemble
Algoritmo. Si interessa anche alla prassi esecutiva con strumenti
storici, collaborando con il Serenatantica Ensemble e in Francia con
"La Grande Ecurie et la Chambre du Roy". È presente
in festival italiani ed esteri quali Maggio Musicale Fiorentino, Festival
Pontino, Münchener Biennale, South Bank Centre di Londra, Bologna
Festival, Biennale di Venezia, Autunno Musicale di Como, Festival
di Nuova Consonanza, Gaudeamus Muziekweek di Amsterdam, Autunno di
Varsavia, Laeiszhalle di Amburgo. Nel suo vasto repertorio si segnala
lo spettacolo di teatro musicale Harlekin di Karlheinz Stockhausen,
per un unico clarinettista-danzatore-mimo. Ha ricevuto il premio Cesare
Barison per la musica da camera e il primo premio del concorso promosso
dalla Fondazione Stockhausen. Ha collaborato con numerosi compositori,
quali Stockhausen, Fedele, Cifariello Ciardi. Ha inciso per Edipan,
Symposion, Philarmonia, Stradivarius, Altrisuoni, Stockhausen Verlag,
oltre che per diverse trasmissioni di Radio Rai 3.
Ciro Longobardi
Ciro Longobardi compie gli studi pianistici con Carlo Alessandro Lapegna,
perfezionandosi in seguito con Alexander Lonquich per il pianoforte
e con Franco Gulli, Maurice Bourgue e Franco Rossi per la musica da
camera. Tra il 1994 ed il 1996 segue le masterclass tenute da Bernhard
Wambach a Darmstadt e a Parma. Finalista e miglior pianista presso
l'International Gaudeamus Interpreters Competition 1994 di Rotterdam,
Kranichsteiner Musikpreis nell'ambito del 37° Ferienkurse für
Neue Musik di Darmstadt nello stesso anno, ha suonato nei festival
Traiettorie di Parma, Festival Milano Musica, Festival Internazionale
di Ravello, Ravenna Festival, Rai Nuova Musica Torino, Giovine Orchestra
Genovese, Festival Pontino, Nuova Consonanza ed Istituzione Universitaria
dei Concerti di Roma, Saarländischer Rundfunk Saarbrücken,
Ferienkurse Darmstadt, Festival Synthèse Bourges, Festival
Manca di Nizza, Fondazione Gaudeamus Amsterdam Muziekgebouw, Peter
B. Lewis Theatre di New York e Festival di Salisburgo, in qualità
di solista, di camerista e di membro di Dissonanzen e di Algoritmo.
Ha inciso per Mode, Tactus, Niccolò, Graffiti Records. Per
Limen Classic & contemporary ha pubblicato il primo volume delle
opere pianistiche complete di Charles Ives.
TESTO CRITICO
Eterogeneità è la parola che sta al denominatore in
questi sei pezzi che si spartiscono in due schieramenti, da una parte
lo Stockhausen del Klavierstück IX a cui fanno capo alcune istanze
fondanti della Nuova Musica e dall'altro esiti differenti dell'approccio
al suono, anche a dispetto di alcune distanze cronologiche. Dei ventun
Klavierstücke per pianoforte pensati da Stockhausen dal 1952
per offrire nuovi orizzonti d'ascolto (non senza risvolti simbolici,
immedesimazione fisica, straniamento psichico), il nono è uno
studio su sonorità che cambiano in rapporto alla velocità.
Il pianista percuote uno stesso accordo rapidamente, a 160 colpi al
minuto, e da brillante diviene sempre più delicato in rapporto
alla variazione di pedale. La struttura è razionale: 33 sezioni
divise in due gruppi di 24 e 8 rispettivamente, quindi in rapporto
di sezione aurea, lo stesso del tempi di metronomo (160 e 60). Dopo
gli accordi una breve linea melodica apre a uno squarcio polifonico,
poi accordi staccati in risonanza, suoni isolati e squillanti, figure
soffuse e in remolo. Contrapposizioni di momenti periodici, ripetitivi,
ad altri del tutto privi di periodicità. Il disegno è
chiaro: creare una grande forma basata sulla percezione di variazioni
minime in grado di trasportare in una nuova dimensione sonora. Con
Doina Rotaru entriamo invece nel campo di una musica spirituale ed
equorea che non disdegna di attingere a timbri orientaleggianti e
ai sussulti dei canti di lamentazione rumeni (canti dal nomen-omen:
"doina"), che nella famiglia dei flauti trovano il loro
mezzo ideale, spesso indagandone i registri più scuri. Come
accade a molti compositori dell'Est europeo degli ultimi decenni,
il problema non è cercare quindi una nuova grammatica o una
stimolazione percettiva, ma esplorare nuovi territori sonori, respirare
nuove sensazioni. In questo deliziosissimo Japanese Garden l'ineffabile
atmosfera creata dal flauto e dalle sonorità di fondo registrate
mostra tutta l'attrazione per i colori asiatici e per un certo arcaismo
(la Rotaru è laureata con una tesi sulle soluzioni dell'arcaismo
per la musica contemporanea) che risvegliano nostalgie, meditazioni,
ricordi ancestrali. Non era in fondo rumeno anche Brancusi?
Ai paesaggi della Rotaru si avvicinano quelli di Fedele: Imaginary
Islands è un pezzo di ardua difficoltà tecnica che sperimenta
la relazione complessa fra micro e macro struttura, come un microscopio
che zooma al contrario dai cristalli del fiocco di neve al fiocco
di neve intero. Nuovo salto triplo ed ecco il Grisey di Charme, un
mondo completamente diverso. Il teorico del suono come struttura vivente,
notomizzato nella sua fisiologia timbrica, si presenta in questo pezzo
più feroce che mai, con tutta la schiuma della gioventù
"in cerca di metamorfosi": il riferimento implicito alla
Sequenza IX di Berio si dissolve in un'apertura formale fitta di risonanze
di armonici che deformano la percezione del tempo, un cerchio sacro
al quale solo gli iniziati possono accedere. Per provare ad avvicinarsi
occorre penetrare nel suono, seguirlo in tutta la sua evoluzione,
e soprattutto cogliere le trasformazioni dei suoni che si ripetono
lenti.
Forse avrete fatto anche voi qualche volta il gioco della donnina
che gira. Su Internet si trova. Se la vedete girare in senso orario
vuol dire che usate di più il lato destro del cervello, viceversa
il sinistro. Càpita però che cambiando fuoco la vediate
girare in senso diverso da come la vedevate prima. Illusione? Ecco
come funziona il pezzo di Garuti: si possono organizzare esteticamente
i suoni ma la percezione simbolica aiuta a distinguere l'elemento
nel flusso e a prendere contatto con le forme ancestrali. Nella prima
parte del pezzo la velocità annulla la percezione delle altezze,
a differenza della chiarezza della seconda, un canone sospeso e spezzato:
laddove cioè entra in gioco l'emozione (lato sinistro del cervello),
la possibilità conoscitiva è diversa rispetto alla chiarezza
estetica (lato destro). Il titolo si riferisce al filosofo Diodoro
Crono che negava la distinzione fra potenza e atto e alle variabili
del clinamen epicureo (lo sguardo declinato) che creano l'accadimento.
Ma prevedendo ciò che accadrà lo si conoscerà
davvero meglio?
Infine, Donatoni. Het, che in olandese corrisponde al pronome di terza
persona singolare neutro, è un altro pezzo di grande difficoltà
tecnica e un altro segnale del leopardismo del compositore veronese,
inteso come pessimismo cosmico nel quale l'unica ginestra è
di creare capacità di ascolto che colgano le profonde ragioni
della composizione. Inutile inseguire i suoni, pensa Donatoni, tanto
loro avranno sempre la meglio sul compositore. In questo pezzo una
melodia netta si inserisce nel tessuto strumentale creando giochi
di accenti che alimentano la competizione fra strumenti che pure mantengono
sempre le proprie caratteristiche individuali. Siamo all'opposto di
Grisey: la musica deve prevalere sui singoli suoni, ma il musicista
ha un posto nella società di oggi?
Giuseppe Martini