Nato a Luzzara (Reggio Emilia) nel 1945, Claudio Parmiggiani si forma
presso l'Istituto d'Arte di Modena (1957-61) e poi a Bologna, dove
instaura un rapporto di amicizia con il maestro Giorgio Morandi, che
lo influenza, più in senso etico che stilistico, in modo particolare
nella concezione dell'arte in rapporto con la vita. Il suo genio artistico,
consacrato a livello internazionale, si esprime in un repertorio di
oggetti, installazioni e pitture denso di rimandi e di citazioni letterarie
e filosofiche.La prima vera mostra di Parmiggiani è del 1965,
alla libreria Feltrinelli di Bologna, dove espone calchi in gesso
dipinti nei quali il rapporto con la classicità da parte dell'artista
si definisce non tanto come speculativo, quanto umanistico. Nascono
così quelle opere che l'artista definisce "pitture scolpite"
e che segnano quella che viene considerata "la prima apparizione
di un calco in gesso nella vicenda artistica delle neoavanguardie".
Sono gli anni in cui a Bologna si coagula il Gruppo '63, a cui appartengono
i poeti radunatisi attorno a Luciano Anceschi e alla rivista "Il
Verri", ma anche alla più sperimentale ed effimera "Malebolge":
a questi, Parmiggiani sarà molto vicino contribuendo a realizzare
quel clima, proprio del periodo, di intensa collaborazione tra arti
visive e poesia. Verso il 1967-68 incontra Emilio Villa con il quale
stabilisce un profondo sodalizio. Nascono Tavole temporali (1968),
Atlante (1970), con testi di Balestrini e Villa, che si inseriscono
tra i lavori di misurazione eseguiti tra il 1967 e il 1970: carte
geografiche e mappamondi schiacciati o ridotti in barattoli di vetro,
nati dal desiderio di contravvenire alle certezze del nostro mondo
fisico. Sono degli stessi anni opere che coinvolgono totalmente lo
spazio espositivo, come Luce, luce, luce (1968), in cui il pavimento
di una galleria è cosparso di pigmento giallo puro che irradia
una luce abbacinante, oppure Labirinto di vetri rotti (1970), simile
ad una città di vetro devastata da una violenta esplosione.
Uno spirito radicalmente iconoclasta sottende tutto il suo lavoro.
Del 1970 sono le prime Delocazioni, opere realizzate col fuoco, la
polvere e il fumo, le quali costituiscono una riflessione sul tema
dell'assenza, elemento centrale della sua poetica che tanto seguito
troverà nel suo lavoro futuro. In diverse occasioni, queste
opere assumeranno un carattere di fortissimo impatto visivo ed emozionale;
ricordiamo le Delocazioni realizzate al Musée d'Art Moderne
et Contemporain di Ginevra (1995), al Centre Pompidou di Parigi (1997),
alla Promotrice delle Belle Arti di Torino (1998), al Musée
Fabre di Montpellier (2002). Nel 1975 l'artista inizia a progettare
un'opera impossibile da vedere nella sua totalità: Una scultura,
le cui quattro parti sono disseminate in altrettanti ipotetici punti
cardinali sulla Terra (Italia, Egitto, Francia e Cecoslovacchia).
Il lavoro giunge a termine nel 1991. Nel 1995 una grande mostra retrospettiva
di Parmiggiani è stata presentata dal Musée d'Art Moderne
et Contemporain di Ginevra, mentre nel 1998 Gianni Vattimo cura la
sua più importante mostra realizzata in Italia e tenuta alla
Promotrice delle Belle Arti di Torino. Tra le sue opere principali
ricordiamo anche Iconostasi (1988), presentata alla Galleria Stein
di Milano (statue velate di bianco e tele velate di nero), e Terra
(1988), una sfera con impresse le impronte delle mani dell'artista
sepolta nel chiostro del Museo d'Arte Contemporanea di Lione: come
un piccolo pianeta, espressione della natura spirituale dell'opera,
tale anche quando è invisibile e luogo di dialogo con la sua
essenza. Presente più volte alla Biennale di Venezia con sale
personali, nel 1992-93 i musei d'arte moderna di Darmstadt e di Praga
hanno presentato due sue antologiche. Tra le sue opere permanenti
nel paesaggio ricordiamo: Il bosco guarda e ascolta nel parco di Pourtalés
a Strasburgo (1990) e, tra i più spirituali e spettacolari
dei suoi interventi, Il faro d'Islanda, una luce permanente collocata
nel paesaggio desertico islandese e Melencolia II (2002), realizzata
assieme a Robert Morris alla Fattoria di Celle, collocata permanentemente
in un denso bosco di bambù dove il filtraggio della luce rende
l'opera intensamente magica e metafisica.