BIOGRAFIA
musikFabrik
Sin dalla sua formazione a Colonia nel 1990, musikFabrik è
conosciuto come uno dei principali ensemble di musica contemporanea.
Come suggerisce il significato letterale del suo nome, musikFabrik
si dedica specificamente all'innovazione artistica. Opere nuove, inedite,
spesso commissionate personalmente in un'inusuale forma mediatica,
sono tipiche della loro produzione. I risultati del loro impegnativo
lavoro, svolto solitamente in stretta collaborazione con i compositori,
sono presentati da questo ensemble internazionale di solisti in oltre
cento concerti annui, sia in Germania che all'estero, nei festival,
nella serie di concerti "musikFabrik im WDR", nelle registrazioni
per la radio e per la pubblicazione di cd. Punto focale della loro
ricerca artistica è l'esplorazione delle potenzialità
delle moderne forme di comunicazione e di espressione in campo musicale
e teatrale. Progetti interdisciplinari che possono includere live
electronics, danza, teatro, cinema, letteratura e arti figurative,
insieme con la musica da camera e il confronto con l'uso di strutture
aperte e improvvisative, ampliano la forma tradizionale dei concerti
d'ensemble. In questa prospettiva si inseriscono anche i "Gesprächskonzerte",
la sperimentazione di forme di concerto alternative che presuppongono
la partecipazione del pubblico. Grazie al suo straordinario profilo
e alla sua eccellente qualità artistica, l'ensemble musikFabrik
(sovvenzionato dallo stato del Nord Reno-Westfalia) è ricercato
in tutto il mondo ed è il partner fidato di rinomati compositori
e direttori. La sua lista di collaborazioni è tanto lunga quanto
illustre: include Louis Andriessen, Stefan Asbury, Sir Harrison Birtwistle,
Mauricio Kagel, Helmut Lachenmann, Zsolt Nagy, Emmanuel Nunes, Peter
Rundel, Rebecca Saunders, Wolfgang Rihm e Hans Zender.
TESTO CRITICO
È nobile e aulica la chiusura di questa edizione di Traiettorie,
nella quale uno dei più prestigiosi ensemble degli ultimi quindici
anni, solitamente dedito all'esecuzione di materiale musicale innovativo,
propone questa volta tre colossi del Novecento. E, vista la scelta
dei brani, qui più che mai occorre concentrarsi e cogliere
la profondità dei nessi e dei rimandi, quella "arte speciale
dell'ascolto" richiesta da Stockhausen proprio per In Freundschaft,
un pezzo di bellezza carezzevole e notturna che il compositore di
Kerpen-Mödrath dedicò all'amica clarinettista Suzanne
Stephens, per la quale scrisse oltre quaranta composizioni. Non è
facile dire in poche parole quale arte speciale d'ascolto si possa
applicare a questo quarto d'ora di suoni vellutati, trillati, picchettati,
sussurrati, vibrati, belati, tubati dallo strumentista, al quale ovviamente
si richiede una non comune abilità e un'interazione fisica
con lo strumento ("in Freundschaft" vale naturalmente "in
amicizia") che a sua volta deve divenire autentica estensione
della personalità dell'interprete.
Si dovrà tener presente la formula iniziale, costituita da
cinque nuclei separati da pause. La ritroveremo dilatata e sovrapposta
a un pigolìo che lentamente accelera diventando trillo o, in
basso, in un borbottare veloce e sgargiante. I gesti si susseguono
e si ripetono. Potrebbe sembrare una banale polifonia orizzontale,
invece sono tre strati il cui stretto legame può essere avvertito
da un ascolto allenato e attento: i due estremi sono speculari nel
tempo e nello spazio, si avvicinano per gradi verso quello centrale
e formano insieme una melodia continua, immediata, tenera, fragile,
universale.
La stessa richiesta di un'immedesimazione che porti a percepire sonorità
di altri mondi per costruire un ascoltatore nuovo è sollecitata
esplicitamente da Stockhausen per i Klavierstücke progettati
dal 1952. Abbiamo già detto del IX a proposito del concerto
del Trio Contemporaneo. La seconda serie di Klavierstücke (V-XI),
terminata nel 1955, si basa sulla dilatazione delle serie del primo
ciclo, mentre il IX (1961) è piuttosto una proposta di ascolto
penetrante di accordi ripetuti ossessivamente o cangianti in relazione
alle variazioni d'attacco, suoni senza un passato e con un continuo
futuro. A sentirli oggi, sembrano parlare una lingua ormai classica
della contemporaneità, i tipici colpi di tasto, gruppetti rapidi,
salti di altezze, fitte ridde di note prive di melodie, di strutture
armoniche, di relazioni di tensione o di risoluzione, il linguaggio
musicale di inizio anni Cinquanta. Nella loro brevità e semplicità,
riflettono la consapevolezza che alcuni fattori musicali non quantificabili
non sono meno reali di altri più facilmente manipolabili: il
VII sfrutta le risonanze delle corde che vibrano per simpatia e con
il pedale in funzione sia di dilatazione sia di colore, talvolta raggiungendo
i limiti dell'udibile; il breve VIII forma accelerazioni e dilatazioni,
densità e rarefazioni attraverso le notine di passaggio e le
escursioni da violenti fortissimi a diafani pianissimi. Tutta materia
affidata all'indeterminabile soggettività dell'interprete,
che diviene così costruttore attivo della forma.
"Hay que caminar" soñando è il terzo di un trittico che Luigi Nono cominciò a pensare dopo aver visto su un muro trecentesco di Toledo la scritta "Caminantes, no hay caminos. Hay que caminar". Il primo segmento (Caminantes Ayacucho, del 1986), per voci, orchestra e live electronics, conteneva un riferimento alla comunità peruviana in perenne rivolta contro il regime militare, allusione alla resistenza estrema di chi persegue un obiettivo all'infinito. Il secondo (No hay caminos, hay que caminar Andrej Tarkowskij) affronta il deserto "alla Stalker" di Tarkowskij, dove l'uomo è protagonista delle proprie paure. In questo terzo, l'ultima musica scritta da Nono, la chiusura nell'intimità è compiuta nel dialogo fra due soli violini basato sulla scala enigmatica dell'Ave Maria di Verdi, che anziché svilupparsi si dipana in vari effetti d'arco (alla fine addirittura un enigmatico "crini/legno"), fino a dissolversi in dodici interminabili secondi di silenzio in cui gli strumentisti rimangono bloccati: il silenzio è suono, l'esistenza è tutto ciò che abbiamo.
Non resta molto spazio per parlare del Trio di Ligeti, ma non ce
ne rammarichiamo: una descrizione appropriata richiederebbe lo spazio
di due o tre programmi come questo, e la brevità sprona a un'essenziale
indicazione d'ascolto. Composto per il 150° anniversario della
nascita di Brahms, si richiama esplicitamente al Trio Op. 40 del compositore
amburghese non tanto in alcuni arrovellati particolari armonici ma
piuttosto nell'atmosfera, in omaggio alla confessata attrazione aurale
e allusiva di Ligeti verso la tradizione. Differisce da Brahms la
collocazione dei tempi mesti nelle posizioni estreme, che impronta
il carattere della composizione. Osserveremo tutta la libertà
e il culto del passato di Ligeti nel tripartire primo e terzo movimento
con una ripresa della prima sezione di ciascuno (un tabù della
Nuova Musica), nella tutt'altro che rigida dodecafonia, nel perpetuum
mobile, canone pianoforte-violino e scalette romantiche dei corni
del secondo movimento, e nel basso ostinato del quarto che tanto ricorda
le passacaglie brahmsiane. È il contrario del Klavierstück
IX: per Ligeti il passato esiste eccome, e non è il caso di
farsene una colpa.
Giuseppe Martini