BIOGRAFIA
Peter Rundel
Nato nel 1958 a Friedrichshafen e conosciuto inizialmente come brillante
violinista (dal 1984 al 1996 suona nell'Ensemble Modern), Peter Rundel
debutta come direttore d'orchestra nel 1987. Da allora ha diretto
grandi orchestre europee come la Symphonieorchester des Bayerischen
Rundfunks, la DSO e la RSO di Berlino, la RSO di Stuttgart, la WDR
Sinfonieorchester di Colonia, le orchestre delle radio SWR di Baden-Baden,
Francoforte e Saarland, la ORF di Vienna, l'Orchestra Nazionale della
RAI di Torino, l'Orquesta Nacional di Madrid, l'Orchestre National
de Lille e l'Orquestra Nacional do Porto. È stato direttore
artistico della Royal Philharmonic Orchestra delle Fiandre (di cui
è stato anche co-direttore dal 1998 al 2001), della Kammerakademie
Potsdam (1999-2001), della Taschenoper di Vienna (dal 1999) e, dal
2005, del Remix Ensemble di Porto. Ha lavorato con importanti ensemble
come Ensemble Recherche, Asko Ensemble, Klangforum Wien, Ensemble
InterContemporain, Ictus Ensemble e musikFabrik. Ha diretto produzioni
operistiche alla Bayerische Staatsoper, alla Deutsche Oper di Berlino,
alla Volksoper di Vienna, al Teatro Nacional de São Carlos
a Lisbona, al Wiener Festwochen e al Bregenz Festival, collaborando
con importanti direttori come Peter Konwitschny, Philippe Arlaud,
Reinhild Hoffmann e Joachim Schlömer. Per le sue incisioni ha
ricevuto molti premi, tra cui il prestigioso Preis der deutschen Schallplattenkritik
e il Grand Prix du Disque.
TESTO CRITICO
Non è agevole tracciare una topografia della nuovissima musica
austro-tedesca, almeno quella degli autori sotto i cinquant'anni.
Si potrebbe forse ricostruirne con maggiore approssimazione un'orografia
o una tettonica, nella quale si scorge ciò che resta dopo l'enorme
urto delle zolle più colossali, Stockhausen, Henze e Lachenmann:
una frammentazione e un intreccio di posizioni intellettualiste, rigore
strutturale, culto della complessità, a cui ha risposto l'esigenza
di un'immediatezza dell'impulso creativo prodotta dell'eruzione del
magma Rihm, eventi che hanno poi prodotto stratificazioni e rimescolamenti
come manipolazione timbrica fino alla riduzione del suono a materia
vegetale o minerale, esplorazioni delle possibilità energetiche
della scissione infinitesimale dei suoni, attenzione ai fenomeni della
musica pop che in Germania significa in gran parte new-punk, hip-hop
e rap. L'Ensemble Mosaik, da undici anni attento alle proposte delle
ultime sfornate di compositori tedeschi, ha scelto cinque esempi provenienti
da differenti esperienze che eppure non possono non essere inseriti
nelle correnti convettive dei grandi connazionali che li hanno preceduti.
Prendiamo il caso di Oliver Schneller, che si è formato fra
Europa, Africa e Stati Uniti, ha lavorato in Nepal, è sassofonista,
ha studiato con Tristan Murail (spettrale, quindi musica basata sulle
sole qualità timbriche del suono) e ha seguito masterclass
con Sciarrino (musica ai limiti del silenzio, sfida alla fisiologia
umana) e Ferneyhough (ex-profeta della "nuova complessità":
enormi edifici sonori destinati a liberare energie, più che
architetture). Twilight Dialogues però ha tutti i requisiti
per sistemarsi a sinistra delle utopie lachenmanniane: suoni di quartetto
che si rispondono creando una dimensione indefinita, il crepuscolo
a cui allude il titolo, che nel momento in cui viene eseguita crea
essa stessa le regole di un nuovo linguaggio al di là di percezioni
e schemi predefiniti, aprendosi a un dialogo universale oltre le grammatiche
e le tradizioni particolari (leggi: occidentali).
Questa fascinazione per l'utopia politica e sociale era già
in modi diversi nel sestetto di Haas, che continua la ricerca radicale
del compositore austriaco sulla fluttuanza degli armonici e sui microtoni
(anche lui è vicinissimo agli spettrali) stavolta costruendo
il pezzo su sequenze di semitoni che non vengono prodotti da scordature
degli strumenti ma direttamente degli interpreti. In queste microsonorità
si inseriscono strane scale di suoni melodici di natura molto più
familiare, ma in quarti di toni o in semitoni, che fanno scivolare
(entgleiten) in una dimensione ancora più alienante e sottilmente
intricata: uno sguardo alla storia della musica, una premonizione
di suoni futuri, una penetrazione nelle oscurità di una società
decadente (Nachruf, necrologio) che tende a chiudersi a ciò
che le è estraneo.
Se la grande scoperta di Lachenmann, la "mineralizzazione"
del suono, ha invaso con la sua colata lavica anche i giovani come
Enno Poppe, che si è fatto conoscere sulla scena della nuova
musica con pezzi come Legno, Ossa, Petrolio, la ricerca sugli intervalli
produce non solo dimensioni inusitate ma anchedeflagrazioni. Qui ascoltiamo
il superenergico Salz (sale), omaggio di Poppe a Salisburgo al cui
Festspielen del 2005 fu dato in prima assoluta, costruito come uno
sviluppo caotico di onde sonore microtonali che diventano progressivamente
più sgargianti e veloci, alternate a improvvisi momenti di
rottura e fissità: come osservando al microscopio cristalli
di sale, Poppe produce forti energie dalla tensione di piccolissime
strutture dirigendole verso soluzioni ogni volta inattese.
Delle due prime italiane di questa sera, quella di Bernhard Gander
si situa sulla faglia prodotta dal corrugamento della musica cólta
contro la realtà del pop, aprendosi a soluzioni quasi figurali:
Schöne Worte parte come una specie di Follia seicentesca per
quartetto di archi e pianoforte, e si sviluppa come un hip-hop formato
dallo stesso tessuto della base cameristica classicheggiante. Quella
di Harald Muenz invece è un'ironica riflessione sui flussi
e riflussi storici che caratterizzano il disordine contemporaneo:
una musica per pianoforte "alla Stockhausen", lavorata serialmente
non senza qualche residuo tonale "alla Berg" fra ottave
pure e macchie armoniche "alla Hugo Wolff", impiantata su
strutture retrograde e simmetriche "alla Webern" che creano
percezioni di sonorità instabili "alla Reich", ma
sempre in un flusso continuo che ammette qualsiasi grammatica "alla
Lachenmann".
Giuseppe Martini