BIOGRAFIA
Jean-Baptiste Barrière
Jean-Baptiste Barrière, compositore e artista multimediale,
nasce a Parigi nel 1958. Studia musica, filosofia, storia dell'arte
e logica matematica. Fino al 1998 lavora all'IRCAM, prima come ricercatore
(dal 1981), poi come direttore dei dipartimenti di Ricerca Musicale
(dal 1984 al 1987), di Pedagogia (dal 1989) e di Creazione (dal 1993
al 1997).
Nel 1997 fonda l'associazione Image Auditive, finalizzata alla produzione
e diffusione di progetti audiovisivi e multimediali innovativi, come
i "visual concert" realizzati con musiche sue e di Kaija
Saariaho. Compone la musica dello spettacolo di Peter Greenaway 100
Objects to Represent the World (1997) e di numerose installazioni
interattive e di realtà virtuale, alcune realizzate in collaborazione
con Maurice Benayoun (dal 1996) e Pierre-Jean Bouyer, assieme al quale
sviluppa il ciclo d'installazioni e performance sonore e visive Reality
Checks.
I suoi lavori sono stati presentati in occasione di diversi festival
come il Festival Ars Electronica a Linz, International Festival di
New York, Festival dell'Ircam, Festival di Salzburg, Festival Les
Musiques, Festival Transmediale di Berlino, esposizioni come Cité-Ciné
2, Expo 2000 di Hannover, Future Cinema, Simulation, e celebrazioni
come per l'anno Francia-Cina o per il cinquantenario della Repubblica
Indiana. Ha ricevuto commissioni dal Museo d'Arte Contemporanea di
Zurigo, dall'InterCommunication Center NTT di Tokyo, da Mission 2000,
dal Groupe de Recherches Musicales (GRM) dell'INA, dal Zentrum für
Kunst und Medientechnologie (ZKM) di Karlsruhe, dalle abbazie di Fontevraud
e di Maubuisson, dal Centre National de Création Musicale GMEM,
dal Berliner Festspiele, dall'Orchestra Sinfonica di Montréal
e Kent Nagano. Ha vinto il Prix de la Musique Numérique al
Concours International de Musique Electro-acoustique di Bourges (1983),
il Prix Ars Electronica de l'Art Interactif (1998), il Grand Prix
Multimédia Charles Cros (2000).
Raphaële Kennedy
Raphaële Kennedy ha lavorato come solista per diversi ensemble
ed orchestre, sia nell'ambito della musica antica (Concert des Nations,
Capella Reial de Catalunya, La Fenice, Les Paladins, Simphonie du
Marais, Le Poème Harmonique, De Caelis, Musica Fiorita, Ensemble
Baroque du Léman, Ensemble Anna-Magdalena, Ensemble Baroques-Graffiti,
Orchestra da camera di Genova e per gli organisti J-C. Revel e P.
Waldner), sia nell'ambito della creazione contemporanea (Ensemble
TM+, Festival Amplitudes e per i compositori P-A.Charpy e M. Franceschini).
Affezionata al repertorio polifonico, fa parte dell'ensemble A Sei
Voci, dell'ensemble europeo William Byrd, dei Jeunes Solistes e collabora
con Musicatreize. Dal 1993 al 1997 partecipa a tutti i concerti e
le registrazioni delle Demoiselles de Saint-Cyr. Si occupa della direzione
artistica dell'ensemble Da Pacem, specializzato soprattutto nel repertorio
barocco, e nel 2003 fonda con Marylise Florid un duo di voce e chitarra.
Camilla Hoitenga
Nata a Grand Rapids, nel Michigan, Camilla Hoitenga vive a Colonia
e si esibisce in concerti in varie parti del mondo (Parigi, Berlino,
New York, Mosca e in Giappone, dove è stata ospite assidua
per più di vent'anni), sia in orchestre (come la Chicago Symphony
o la London Philharmonic) che come solista, con un repertorio internazionale
che riflette i suoi eclettici interessi. Oltre alle intense collaborazioni
con Kaija Saariaho, Karlheinz Stockhausen, Shoko Shida, Anne LeBaron
e Yoshiro Kanno, tra i compositori che le hanno dedicato dei brani
figurano Miyuki Ito, Kenchiro Kobayashi, Harue Kondoh, Takehito Shimazu,
Mart Siimer e Bryan Wolf. Le sue registrazioni hanno vinto premi in
Francia, Gran Bretagna e Nord America. Ha insegnato alla State University
di New York e alla Folkwang Hochschule di Essen e tiene masterclass
e workshop per musicisti di tutte le età.
TESTO CRITICO
Come succede in tutte le aree geografiche periferiche, i fenomeni
umani tendono ad accogliere con cautela le novità: la lingua
portoghese o quella rumena hanno mantenuto le vocali latine impedendo
quei rimpasti di sonorità consonantiche avvenuti nel francese
o nei dialetti italiani settentrionali, e allo stesso modo per esempio
le musiche dell'ungherese György Ligeti, dell'estone Arvo Pärt
o della finlandese Kaija Saariaho hanno guardato con sospetto gli
estremismi del serialismo mitteleuropeo, preferendo mantenere un contatto
con la tradizione che potrà essere evocativo o funzionale,
ma sempre rivissuto in forme e spirito pienamente contemporanei. Per
questo nel caso della Saariaho, la più nota esponente della
composizione musicale finlandese dopo Sibelius, si è spesso
parlato di impressionismo, rischiando di fuorviare la descrizione
della sua musica nel giro guizzante della sensazione o in un parallelo
con Debussy che, per quanto non scorretto e già proposto tre
anni fa da Traiettorie, assume un senso solo se posto sul piano della
coscienza e dell'intuizione della realtà come processo psicologico
che travalica quello percettivo. Volendo proprio fare un paragone,
non è tanto a Monet che si dovrà accostare la musica
della Saariaho, ma al vorticoso giro in carrozza di Emma Bovary a
Rouen, durante il quale il tempo e lo spazio assumono una continuità
tale da diventare sostanze stesse della coscienza della protagonista
e persino del lettore. Libera da intenti pedagogici, rivolta solo
a un'espressività immaginativa nella quale la realtà
onirica non è distinguibile da quella quotidiana, Kaija Saariaho
può quindi passare attraverso i linguaggi elettronici, acustici
e multimediali chiedendo allo spettatore solo abbandono e disponibilità
a farsi trascinare in mondi ulteriori. L'appoggio dell'elemento visivo
non è un lezioso anacronismo ma uno scambio di sollecitazioni
psicolinguistiche con una musica che si avvale di colori e luminosità
sonore, la consapevolezza che l'area psichica non è abitata
da cose ma da rappresentazioni di cose. In questo senso va letta questa
installazione progettata dal compagno e compositore Jean-Baptiste
Barrière basata in gran parte su pezzi della Saariaho per flauto
e voce di soprano, dal rabdomantico NoaNoa del 1982 al più
recente e puntuto Dolce Tormento. Anche se NoaNoa nascendo come esercizio
di liberazione dai manierismi scolastici del flauto contemporaneo
ne amplifica volontariamente i vezzi, i tratti stilistici della Saariaho
sono già tutti presenti: sonorità liquide e penetranti,
sviluppi sequenziali e sovrapposti, intrecci con la voce registrata,
che a sua volta incombe come da altre dimensioni - in questo caso
si tratta di stralci dal diario di Gauguin a Tahiti del 1891-93. Proprio
l'interesse per la voce umana è alla base dell'indagine sulla
bio-struttura dei sogni di From the Grammar of Dreams, di cui ascoltiamo
la parte centrale, basata su frammenti di Sylvia Plath che due soprani
declamano e sospirano in concitazione drammatica e idiofonica, di
fronte alla quale la dimensione visiva resta tuttavia esteriore e
teatrale. Dalla metà degli anni Novanta la Saariaho ha approfondito
lo studio dell'interazione fra voce e strumento, che in Changing Light,
basato su versi di meraviglia creaturale di Jules Harlow, si svolge
in dialogo strettissimo fra suoni fragili che rispecchiano l'incertezza
dell'esistenza.
Il capolavoro resta comunque Lohn: commissionato dal Wien Modern Festival,
si appoggia a un collage di testi provenzali del trovatore Jaufre
Rudel (1125-48), il poeta della "lohn", la lontananza d'amore
che si appaga di sé piuttosto che del possesso, rappresentata
dalla voce di soprano amplificata, con controcanti declamati, una
sonorità d'ambiente pungente e vitrea, una melodia lineare
e ariosa che sfocia in beatitudine sonora: il desiderio non sa mai
cosa vuole, e indebolisce il possesso di sé. I venti minuti
di Violance di Barrière si pongono in una dimensione di disillusione
della realtà: la deformazione del titolo è in omaggio
al concetto di "Différance" usato da Jacques Derrida
per indicare la distanza fra l'essere e le poche tracce che l'essere
lascia nel linguaggio, riflessa nella deformazione sintattica compiuta
da Barrière sul testo originale del Massacre des innocents
di Maeterlinck. A ritroso, la riflessione sulla violenza diventa invece
qui indagine, con suoni striscianti e immagini di foreste secche e
sangue, non delle tracce ma dell'essere di ogni violenza.
Giuseppe Martini