BIOGRAFIA
Ex Novo Ensemble
Nato nel 1979 a Venezia dalla collaborazione tra un gruppo di musicisti
ed il compositore Claudio Ambrosini, l'Ex Novo Ensemble rappresenta
una realtà di riferimento nel panorama internazionale della
nuova musica. La continuità del lavoro comune, la coerenza
artistica e professionale hanno consentito al gruppo di acquisire
un carattere, un "suono" che gli sono riconosciuti dal pubblico
e dalla critica dei principali festival e rassegne europei. L'impegno
portato nell'approfondimento del linguaggio musicale contemporaneo
è in seguito divenuto punto di partenza per la rilettura del
repertorio classico e particolarmente d'alcune pagine affascinanti,
destinate ad organici rari e tuttora poco note. Ha partecipato a numerosi
festival (tra cui HCMF 2003 a Huddersfield, Festival d'Avignon, Ars
Musica a Bruxelles, Autunno di Varsavia, Akademie der Künste
a Berlino, Gaudeamus a Amsterdam, Tage für Neue Musik a Zurigo,
IGNM a Basilea, Festival de Strasbourg, Concerts Ville de Genève,
Festival di Villa Medici a Roma, Biennale di Venezia, Musica Insieme
a Bologna, Musica del nostro tempo a Milano, Eco & Narciso a Venezia
e Bologna, Milano Musica) e alle stagioni concertistiche dei Münchener
Philarmoniker, del Mozarteum Salzburg, del Teatro S. Carlo di Napoli,
del Teatro Verdi di Trieste, della RAI di Roma e di Milano, della
Tish Foundation di New York e del Chicago Center of Arts. Ha registrato
concerti e produzioni per le principali Radio europee: RAI, BBC, Radio
France, Westdeutscher Rundfunk (WDR), Süddeutscher Rundfunk (SDR),
Belgian Broadcast Company (RBFT), Radio Svedese. Molti compositori
hanno scritto e dedicato loro opere all'Ex Novo Ensemble: tra questi
Claudio Ambrosini, Stefano Bassanese, Stefano Bellon, Gilberto Cappelli,
John Celona, Aldo Clementi, Matteo D'Amico, Beat Furrer, Luca Mosca,
Peter Nelson, Francesco Pennisi, Paolo Perezzani, Horatiu Radulescu,
Salvatore Sciarrino, Roger Tessier, Ivan Vandor, Martin Wehrli, Gèrard
Zinnstag. Di particolare rilievo il contributo dell'ensemble alla
promozione della musica cameristica italiana del primo '900 e contemporanea,
dimostrato dalla lunga e intensa collaborazione con etichette discografiche
quali Arts, ASV, Black Box, Dynamic, Stradivarius, Ricordi, Naxos
ed altre. Dal 2004 organizza a Venezia il Festival Ex Novo Musica,
rassegna di musica contemporanea e nuove forme di spettacolo, che
vedrà nel 2008 la sua quinta edizione.
Claudio Ambrosini
Claudio Ambrosini, compositore e direttore d'orchestra nato a Venezia
nel 1948, studia al Conservatorio di Venezia e all'Università
di Milano laureandosi in Lingue e Letterature Straniere e in Storia
della Musica e incontrando, tra gli altri, maestri come Bruno Maderna
e Luigi Nono. Dal 1979 si dedica principalmente alla composizione
musicale, partecipando alle principali rassegne internazionali ed
ottenendo numerosi riconoscimenti (come il Prix de Rome nel 1985 e
il Leone d'Oro alla musica del presente della Biennale di Venezia
nel 2007). La sua opera, accolta nei luoghi più prestigiosi
della musica contemporanea e diretta, tra gli altri, da maestri come
Muti, Markiz, Masson, Mefano, Nowak, Platz, Prin, Reck, Spanjaard,
si distingue per un notevole eclettismo, che lo porta a comporre con
disinvoltura lavori vocali e strumentali, musica elettronica e opere
liriche, pièce radiofoniche e balletti, caratterizzati dagli
esiti di una ricerca strumentale e stilistica personali. Ambasciatore
privilegiato della musica di Ambrosini nel mondo è l'Ex Novo
Ensemble, da lui stesso fondato nel 1979 a Venezia e diventato negli
anni uno dei punti di riferimento in Italia per il repertorio contemporaneo.
Oltre a dirigere stabilmente il complesso, con cui dà vita
anche ad un'ampia discografia, il compositore indirizza la sua attività
di ricerca inizialmente presso il Centro di Sonologia Computazionale
dell'Università di Padova (dove inizia ad occuparsi attivamente
di computer music dal 1977), quindi presso il CIRS, Centro Internazionale
per la Ricerca Strumentale, che fonda a Venezia nel 1983.
TESTO CRITICO
Pare che un tale Ludwik Leibler che lavora a Parigi abbia creato
in laboratorio una sostanza simile alla gomma che se si taglia o si
spezza può essere subito riattaccata. Lo scopo era quello di
creare giocattoli a prova di bambini, che si sa tendono a rompere
gli oggetti per vedere come funzionano. Auguriamo ai compositori di
non avere mai a che fare con musiche che si riattaccano da sole e
impediscano di sezionarle, modificarle, smontarle e ricomporle in
modo diverso, che è la base di ogni salutare attività
di esercizio musicale. Ma non è solo questo il gioco preferito
degli autori di questo concerto di Ex Novo, che si apre con un pezzo
nato quasi un quarto di secolo fa: studiare il suono non significa
anche smontare i mattoni della musica tradizionale?
L'allusione a Dante nel titolo di questo pezzo di Claudio Ambrosini,
fondatore di Ex Novo, era una professione di fiducia per un linguaggio
personale allora avvertito maturo per poter camminare da solo. Oggi
ci appare come la preconizzazione del mosaico di linguaggi particolari
che avrebbero popolato la musica dei due decenni di fine millennio.
Al pianoforte viene qui data la delega di guidare, pletorico e autoritario,
gli altri quattro strumenti, prendendosi tutta la scena iniziale mentre
gli altri (flauto, clarinetto, violino e violoncello) non vogliono
saperla di ubbidire e proseguono le loro evoluzioni lineari, in una
contrastante disparità di piani linguistici. Nel successivo
movimento lento, finalmente un po' di riposo: i suoni si placano in
un bisbiglio indifferenziato, come se fossero riprecipitati nel brodo
primordiale. Poi riattacca un allegro. Siamo forse di fronte a un'architettura
classica in tre movimenti? In ogni modo ora il suono è diventato
melodico, astrale, ridondante e fitto di vibrazioni. Il "vulgare"
che conquistava gli altri "vulgari" stava già sbirciando
dalla serratura del futuro.
Anche Silvia Colasanti si rifà alla letteratura, ma in modo
più circostanziato. In questo nuovissimo To muddy death. Ophelia
si riferisce alla frase con cui Gertrude annuncia la morte di Ofelia
("dal letto del suocanto ad una fangosa morte"). Se Shakespeare
non mostra la morte di Ofelia in scena, non lo fa neppure Colasanti,
affidando la preterizione al timbro sonoro: il pianoforte canta come
la ragazza innocente che lamentava l'amore ingannevole e l'uccisione
del padre, i fiati lo profumano di purezza incantata e gli archi suonati
col legno lo increspano di premonizioni tragiche, come l'acqua stagnante
che le farà da ultimo letto. Talvolta si sentono grida e fulmini
di disperazione sonora. Ma quel frammento iniziale si svilupperà
fino al tragico epilogo, nel quale risuonano campane oscure e lo sciabordìo
di piatti percossi nell'acqua.
Scomporre la musica significa quindi anche saperle affidare l'ampliamento
di una sensazione espressa n altri linguaggi. Alla poesia di Zanzotto
si rivolge a sua volta Paolo Perezzani, non traducendo la poesia ma
assorbendo le sensazioni di alcuni versi isolati che lo hanno spinto
a parlare di "pezzi in forma di poesia", che nel suono prendono
forma di apparizioni: presenze, appunto, che hanno lo scopo unico
e ambiziosissimo di allargare le possibilità dei linguaggi
e della comprensione.
Ecco che altri tre autori giocano invece molto con testi musicali
già esistenti, e li scompongono come bambini felici e curiosi.
La breve Canzone fantasma di Pagliarani è un arrangiamento
di una canzone dei Beatles vista attraverso uno specchio deformante
che solo alla fine, dalla voce di McCartney stesso, rivelerà
il titolo originale, appunto come un fantasma che esce dal pianoforte.
Pagliarani ama questi viaggi nel laboratorio degli autori: testi come
Domenico Scarlatti gioca ai videogames, Pierrot lunatique, Bergweg.
Una passeggiata attraverso la serie del Violinkonzert di Alban Berg
o Johann Sebastian scrive ad Anna Magdalena sono manifestazioni dello
stupore d'artista che riflette sui propri strumenti. Lo stesso problema
che si è posto Dario Maggi, ma verificando la differenza di
potenziale fra le inquietudini del compositore che avverte i cupi
segnali della storia intorno a lui e il suo privato e minimale rovello
di manipolatore di suoni. Da Inquieto esce un suono complesso, frutto
delle azioni diverse ma non centrifughe degli strumenti. Infine Gabriele
Manca: rifacendosi al testo di scrittura automatica di André
Breton alla base del Manifesto Surrealista del 1924, allude alla "metafora
liquida" del mescolarsi, dell'emulsionarsi dei fluidi, del travaso
fra esterno e interno, fra inconscio e società.
Giuseppe Martini