BIOGRAFIA
Trio di Parma
Il Trio di Parma si è formato nel 1990 al Conservatorio "A.
Boito" di Parma e successivamente si è perfezionato con
il Trio di Trieste presso la Scuola di Musica di Fiesole e l'Accademia
Chigiana di Siena. Ha ottenuto i riconoscimenti più prestigiosi
con le affermazioni al Concorso Internazionale Vittorio Gui di Firenze,
al Concorso Internazionale di Musica da Camera di Melbourne, al Concorso
Internazionale della ARD di Monaco ed al Concorso Internazionale di
Musica da Camera di Lione. Inoltre, nel 1994, l'Associazione Nazionale
della Critica Musicale ha assegnato al Trio di Parma il Premio Abbiati
quale miglior complesso cameristico. Il Trio di Parma è stato
invitato dalle più importanti istituzioni musicali in Italia
(Accademia di Santa Cecilia di Roma, Società del Quartetto
di Milano, Amici della Musica di Firenze, Unione Musicale di Torino,
Gran Teatro La Fenice di Venezia, Unione Musicale di Torino, GOG di
Genova, Accademia Filarmonica Romana) e all'estero (Filarmonica di
Berlino, Carnegie Hall e Lincoln Center di New York, Wigmore Hall
di Londra, Konzerthaus di Vienna, Filarmonica di S. Pietroburgo, Festival
di Lockenhaus, Teatro Coliseo di Buenos Aires, Amburgo, Dublino, Varsavia,
Los Angeles, Washington, Barossa Music Festival Adelaide, Rio de Janeiro,
San Paolo). Ha collaborato con importanti musicisti quali Vladimir
Delman, Carl Melles, Pavel Vernikov, Bruno Giuranna, Anton Nanut,
Alessandro Carbonare, Cecilia Gasdia; ha partecipato a numerose registrazioni
radiofoniche e televisive per la RAI e per diverse emittenti estere
(Bayerischer Rundfunk, NDR, WDR, MDR, Radio Bremen, ORT, ABC-Classic
Australia). Ha inoltre inciso l'integrale dei trii di Brahms, Beethoven,
Shostakovich, nonché un monografico su Ravel. Il Trio di Parma
tiene corsi strumentali e di musica da camera alla Scuola Superiore
Internazionale di Musica del Trio di Trieste a Duino, alla Scuola
di Musica di Fiesole e al Mozarteum di Salisburgo.
Eduard Brunner
Eduard Brunner, nato a Basilea, inizia gli studi di musica nella sua
città natale e li prosegue con Louis Cahuzac al Conservatorio
di Parigi. Dopo il diploma, diventa il primo clarinetto della Symphonieorchester
des Bayerischen Rundfunks di Monaco sotto la direzione di Rafael Kubelik
e mantiene questo ruolo per 30 anni. Attualmente detiene la cattedra
di clarinetto e musica da camera alla Hochschule für Musik und
Darstellenden Kunst di Saarbrücken.
Essendo uno dei maggiori esecutori di musica contemporanea, molti
compositori (tra cui Lachenmann, Yun, Denisow, Françaix, Kantcheli)
hanno scritto espressamente per lui. Gli impegni concertistici hanno
portato Eduard Brunner in ogni parte del mondo, sia come solista che
come membro di vari gruppi cameristici, con musicisti come Gidon Kremer,
Oleg Kagan, Natalia Gutman, J. Bashmet, Alfred Brendel. È spesso
ospite d'onore in prestigiosi festival musicali a Lockenhaus, Vienna,
Mosca, Varsavia, Schleswig-Holstein, Berlino, ecc. Oltre all'attività
concertistica, è titolare di diverse masterclass internazionali
all'anno (Banff, Marlboro, Lenk, Firenze, Tokyo, Mosca). Eduard Brunner
ha registrato più di 200 lavori per clarinetto sotto le etichette
Deutsche Grammophon, Phillis, Tudor, Schwann, Orfeo, ECM e molte altre,
inclusa l'edizione completa del concerto per 10 clarinetti di Carl
Stamitz e l'edizione completa dei 4 concerti per clarinetto di L.
Spohr, nonché la raccolta completa di musica da camera di Franz
Krommer e i Quintetti per clarinetto di Hindemith
TESTO CRITICO
L'idea di tempo sospeso è ignota all'antichità e a
gran parte della modernità se non nelle esperienze dell'ebbrezza
dionisiaca, dell'allucinazione o dell'estasi mistica, al di fuori
delle quali non è mai stata riprodotta artificialmente fino
al Novecento, che sotto lo stimolo delle teorie relativistiche e delle
filosofie della percezione ha lavorato anche sull'abbattimento del
tempo musicale inteso come consequenzialità di durate. Non
è detto che il Quatuor di Messiaen sia un precursore musicale
della lacerazione fra tempo reale e tempo interiore, poiché
secondo alcuni le ultime opere di Webern avrebbero già in nuce
una nozione di blocco fisiologico e ontologico della temporalità;certamente
la "fin du temps" a cui allude è sia legata al senso
drammatico della prigionia nel campo di concentramento di Görlitz
in cui si ritrovò dopo la cattura nel maggio 1940 sul confine
belga da parte dell'esercito tedesco di alcune truppe francesi (Messiaen
serviva nei reparti medici), sia al desiderio di cessazione del tempo
espresso nell'esplicito riferimento all'Apocalisse, sia alla volontà
di mostrare l'atemporalità dell'assoluta gioia della salvezza
o dell'assoluto dolore della condanna, sia alla conseguente sospensione
del tempo musicale per come era stato fino a quel momento concepito.
Quest'ambizione totalizzante che assorbe significati, effetti uditivi
e forme ha conferito al Quatuor un'aura magistrale a dispetto dell'appartata
posizione di Messiaen, un maestro con molti allievi, una forte capacità
di diffrarre stimoli e idee, ma pochi eredi autentici. Si aggiungano
le romanzesche circostanze di composizione - Messiaen poté
continuare a scrivere a Görlitz grazie alla compiacenza del classico
ufficiale nazista appassionato di musica e la prima esecuzione avvenne
sotto la neve di gennaio nel campo di concentramento con un pianoforte
mezzo rotto suonato da Messiaen e tre strumentisti dilettanti compagni
di prigionia - e il fatto che per Messiaen l'intuizione embrionale
di una scomposizione seriale integrale rappresentava più un
espediente tecnico rivolto a un'espressività di tipo spirituale
che una finalità teorica, ed ecco che il Quatuor finì
a svettare come un iceberg isolato, ma degno del massimo rispetto.
Rinunciamo a descrivere minutamente gli otto movimenti come accade
nelle consuete guide al Quatuor alimentate dalle didascalie originali
dell'autore, limitandoci ad indicazioni generali e avvertendo che
qualsiasi sensazione di fissità assorta in alcuni momenti dell'ascolto
non sarà che una vittoria dell'intento del compositore di materializzare
quell'assoluto stallo del tempo - parliamo sempre di tempo percepito,
non di tempo rappresentato - a cui corrispondono le simbologie di
contrasto fra eternità e tempo vissuto che costituiscono il
versante drammatico dell'esperienza esistenziale che sta alla base
di questo quartetto. I mezzi per ottenere questo scopo sono tipici
di Messiaen: modi a trasposizione limitata, armonie non tonali o riprese
da culture esotiche, ripartizioni imperfettamente speculari di sonorità,
scansione proporzionale delle durate dei movimenti.
Alla paradisiaca ambientazione dell'alba con risveglio di merli e
usignoli (violino e clarinetto sotto il rigoroso schema ritmico-modale
di pianoforte e violoncello) corrisponde la sensazione come di ascoltare
di nascosto l'Eterno (Liturgie de cristal); ma arriva l'Angelo a cui
si riferiscono i passi del cap. 10 dell'Apocalisse posti da Messiaen
a esergo della partitura (Vocalise, pour l'Ange qui annonce la fin
du Temps) a passi di pianoforte pesante, e instaura un lungo interludio
di armonie celesti, interrotte dal ritorno fiammeggiante dell'Angelo.
Ora parla il clarinetto solo (Abîme des Oiseaux): l'uccello
che canta nella parte centrale è l'aspirazione alle gioie celesti
che cercano di opporsi all'abisso del tempo, dimensione della sofferenza,
e il desiderio a un certo punto si fa suono quasi intollerabile, annullando
tutti gli altri parametri sonori. Un Intermède senza pianoforte
in forma di scherzo precede la Louange à l'Éternité
de Jésus, una glorificazione del Verbo che si spande al violoncello
mentre il pianoforte pulsa in ostinato. Tornano i quattro strumenti
all'unisono (speculari al clarinetto solo dell'Abîme): la tromba
dell'Apocalisse si realizza in un autentico studio ritmico petroso
in cinque sezioni con una codina che segue un tremendo fortissimo.
Irrompe a quel punto l'Angelo, e la musica è una tipica variazione
di due temi (Fouillis d'arcs-en-ciel, pour l'Ange qui annonce la fin
du Temps) finché la Louange à l'Immortalité de
Jésus segna l'ascesa dell'uomo al Padre su ritmi giambici (breve-lunga)
che innalzano la scala della salita suprema.
Giuseppe Martini