BIOGRAFIA
L'ensemble viene fondato da Marco Angius nel 2002 grazie all'adesione
di giovani musicisti dediti per vocazione alla musica contemporanea
e già affermati sulla scena internazionale. I suoi componenti,
premiati in contesti prestigiosi come il Kranichsteiner Musikpreis
o il premio della Fondazione Stockhausen, si sono esibiti nelle maggiori
sale e festival di tutto il mondo (come Philarmonie di Berlino, Lincoln
Center, Teatro alla Scala, Royal Albert Hall, Carnegie Hall, IRCAM).
Le scelte musicali del gruppo comprendono opere capitali del nostro
tempo e nuove esplorazioni sonore, privilegiando un rapporto di confronto
continuativo con alcuni tra i maggiori compositori d'oggi. La formazione
coltiva repertori e programmi concertistico-discografici che mirano
alla definizione di un proprio riconoscibile suono, accanto ad una
costante ricerca di inediti quanto articolati universi compositivi.
A questa posizione estremamente selettiva si accompagna un approccio
esecutivo peculiare, rivelatosi in alcune performance spettacolari
e memorabili. L'attività discografica di Algoritmo è
culminata nel recente Premio del Disco Amadeus 2007 per la miglior
incisione dell'anno nel repertorio contemporaneo. Algoritmo si è
esibito presso il Romaeuropa Festival (Musica XXI), il festival Nuova
Consonanza (2002-2005), la Scuola Civica di Milano (2003), Tonkünstlerfest
di Lugano (2003), il Warsaw Autumn Festival (2003-06), la Gaudeamus
International Competition di Amsterdam (2005), il teatro La Filature
di Mulhouse (2005), i Concerti del Quirinale (2005), Italian Music
Days di Cracovia (2005), Traiettorie (2006), Festival Pontino (2006),
il Teatro Comunale di Modena (2007), NYYD di Tallinn (2007), La Biennale
Musica di Venezia (2007), Radio Rai 3.
Marco Angius
Marco Angius, direttore d'orchestra e d'ensemble, fondatore e direttore
musicale dell'ensemble Algoritmo, si è messo in luce con la
prima mondiale di Studi per l'intonazione del mare di Salvatore Sciarrino
(Stradivarius, 2000). È stato invitato a dirigere presso il
Muziekgebouw/Bimhuis di Amsterdam (Gaudeamus, 2005), Luxembourg Philarmonie
e deSingel di Anversa (con l'Hermes Ensemble, 2006), Orchestra Sinfonica
della Rai di Torino (Rai Nuova Musica 2006 e 2008), Orchestra Sinfonica
Giuseppe Verdi di Milano (2007), Orchestre de Chambre de Lausanne
(Les Amplitudes, 2007), Teatro La Filature di Mulhouse (Portraits
Croisés, 2005), Teatro Lirico di Cagliari (Cinque passi nel
Novecento, 2006), Traiettorie di Parma (2006), Teatro Lirico Belli
di Spoleto (Premio Orpheus 2007), Biennale Musica di Venezia (2007),
Istituzione Universitaria dei Concerti (Roma, 2007), Suono Italiano
per l'Europa e Accademia Filarmonica Romana (2007). Laureato con lode
all'età di ventidue anni presso il Dams di Bologna, è
autore di una monografia sull'opera di Salvatore Sciarrino (Come avvicinare
il silenzio, Rai Eri, 2007), nonché di numerosi scritti editi
da Electa (Musica/Realtà), e attualmente docente di direzione
d'orchestra presso il conservatorio di Campobasso.
Alda Caiello
Soprano lirico di agilità, diplomata in pianoforte e in canto
al Conservatorio di Perugia, Alda Caiello ha cantato con grandi direttori,
in teatri e festival italiani e stranieri inclusi La Biennale Musica
e Teatro La Fenice di Venezia, il Teatro alla Scala di Milano, Bologna
Festival, Salzburger Festspiele, il Maggio Musicale Fiorentino, Milano
Musica, il Teatro Carlo Felice di Genova, Sagra Musicale Malatestiana
di Rimini, Festival di Orvieto, Festival di Musica Contemporanea di
Barcellona, Festival d'Automne di Parigi, Festival Wien Modern, Accademia
Nazionale di Santa Cecilia di Roma, Orchestra della Toscana, Rotterdams
Philharmonisch Orkest, Biennale di München e Festival di Ravenna.
È una delle interpreti più note delle Folk Songs di
Luciano Berio, cantate anche sotto la direzione del compositore. Ha
inciso per BMG/Ricordi, CAM, Stradivarius, Rai Trade, Col Legno, Zig
Zag Territoires.
TESTO CRITICO
È una strana coppia quella scelta per questo programma da Algoritmo, come mettere accanto sulla stessa parete uno Chagall e un Kandinsky. Da una parte la ricerca di un punto di contatto fra coscienza moderna e antiche tradizioni del patrimonio popolare; dall'altra una delle prime opere che cercò di far venire a patti i diritti della percezione con le risolutezze linguistiche dei nuovi linguaggi sonori, provando a restituire alla musica un diverso modo di operare nella società. C'è in entrambe la consapevolezza che alcune componenti esistenti in forma bruta nella musica popolare siano in grado di orientare la personalità di una composizione pur senza far parte della loro struttura, un richiamo fin troppo evidente in Berio e assai più sottile in Boulez; e, in dosi massicce, c'è in entrambe una strada spalancata sull'autocoscienza etica.
Vista la natura teatralissima della musica di Berio non stupisce che Naturale sia nato per la danza, una coreografia palermitana di Amedeo Amodio per Aterballetto, e solo in seguito sia stato proposto in forma concertistica con il percussionista dietro le quinte e in scena solo il violista e la voce registrata di un cuntista siciliano, Peppino Celano, anche se il germe va individuato nell'interesse di Berio per le canzoni popolari siciliane maturato l'anno precedente in Voci: qui però, complice una viola che segue strettamente i movimenti di stralci vocali, si forma un viluppo fra materiale grezzo della tradizione popolare e sonorità della musica cólta ed elaborata (per Berio un suono non è mai solo se stesso ma anche tutti i suoni della memoria: quindi una viola non è solo una viola, ma tutte le musiche per viola stratificate nella nostra memoria storica). Più s'intrecciano, e più è difficile capire chi dei due guidi l'altro e chi imiti chi, mentre l'animato tam tam del percussionista invisibile non si capisce ormai se appartenga al mondo ancestrale della cultura isolana o a un ritmo schematizzato a posteriori dall'autore. Come che sia, la destinazione sembra essere l'ambiguità, la crisi, anche se pervase da una sensazione di eleganza e di profondità razionale: l'utopia di ritrovare il punto di contatto fra l'artigianato musicale antico e la molteplicità degli stimoli sonori e dei gesti quotidiani moderni, generati sempre e comunque da una stratificazione delle esperienze storiche.
Pur a distanza di trent'anni e nato da esigenze diverse, Naturale
avvertiva lo stesso bisogno di affidare all'ascoltatore il compito
di coordinare la forma del pezzo che sta alla base anche di Le Marteau
sans maître, con il quale Boulez portò a termine il primo
tentativo di correggere il serialismo integrale attraverso un'elasticità
compositiva che tenesse conto anche delle esigenze percettive dell'ascoltatore.
Constatato che l'applicazione del metodo seriale a tutti i parametri
del suono rischiava di produrre meccanicità e noia, e in alcuni
casi (per esempio l'intensità) finiva con il compromettere
l'autonomia della serie poiché la percezione risentiva dell'intreccio
con le altre componenti, Boulez individuò una soluzione nello
"sviluppo intrecciato", brani costruiti con strutture che
si incastrino e offrano soluzioni di tempo e sviluppo differenti da
quelle statiche e stagne su cui è stata impiantata per tre
secoli la musica occidentale e con essa le abitudini d'ascolto. Le
Marteau, che debuttò al Festival della Società di Musica
Contemporanea di Baden Baden, applica quasi alla lettera questo nuovo
percorso. Sulla base di un testo surrealista di René Char,
quindi di non immediata riconoscibilità di significati, Boulez
sceglie un organico privo di strumenti nel registro basso e composto
da timbri desueti (xylorimba, vibrafono, maracas, agogô, bongos)
accanto a flauto, viola, chitarra e voce di contralto, facendo trascolorare
i suoni in continui passaggi fra strumenti e voci. Divide poi il pezzo
in nove brani ognuno con un organico differente e differenti tecniche
compositive, in modo che i tre appartenenti al primo ciclo ("L'Artisanat
furieux") occupino i posti uno, tre e sette, e i quattro del
secondo ("Bourreaux de solitude") i posti sei, due, quattro
e otto, così che gli sviluppi si intreccino e l'ascoltatore
sia libero di seguire un proprio percorso. Non mancano momenti cantabili
e aggregazioni sonore affidate all'arbitrio, necessarie per uscire
dall'aridità schematica delle serie, a loro volta rielaborate
ma limitando almeno l'inumanità di un controllo totale dei
suoni restituendo spazio all'imprevisto o, come scriveva Boulez, a
una musica che sia "un campo dove scegliere la propria direzione".
Giuseppe Martini